conversazione con Nigar Hasib 2013

Lalish Theaterlabor è una compagnia di teatro sperimentale stabilitasi a Vienna nel 1991 ma nata cinque anni prima nel Kurdistan meridionale. Nigar Hasib e Shamal Amin, fondatori della compagnia e compagni di vita, portano avanti un lungo e interessante lavoro sull’esplorazione del corpo e della voce. I loro spettacoli, così come i loro laboratori, sono sempre dei work in progress e possono aver bisogno anche di anni per poi assumere le forme più svariate, secondo le persone incontrate. Seguendo il loro metodo personale che chiamano Songs as a source, “i canti diventano la sorgente del ritmo, della presenza scenica e dell’azione”: non sono solo cantati ma anche agiti.


Abbiamo conosciuto Nigar e Shamal l’anno scorso a Bologna, durante il Festival PerformAzioni, e riportiamo qui una recente conversazione con Nigar Hasib.


SA: Vuoi presentarti ai lettori di SuccoAcido?

NH: Prima di tutto vorrei ringraziare te e la rivista per avermi dato l’opportunità di parlare del nostro lavoro. Sono Nigar Hasib, vengo dal Kurdistan meridionale, vivo e lavoro a Vienna dal 1991. Sono una performer, porto avanti un lavoro basato su canto-voce-corpo, dal 1998 sono direttrice artistica e cofondatrice insieme a Shamal Amin del Lalish Theaterlabor/Centro di ricerca per il teatro e la cultura performativa a Vienna. Ho frequentato un Master e un Dottorato in Scienze Teatrali e Antropologia socio-culturale all’Università di Vienna e, prima, ho studiato all’Accademia di Teatro a Baghdad. Per tre anni, in Kurdistan, ho lavorato come assistente al College of Art, dipartimento di Teatro.

SA: Raccontaci della tua vita nella bellissima e drammatica Baghdad.

NH: A Baghdad ho vissuto dal 1984 al 1988 come studentessa dell’Accademia di Teatro, in concomitanza perfetta con la guerra degli anni ’80 tra Iran e Iraq! Baghdad era la capitale e dunque di per sé era un’attrazione ma, dopo 8 anni di guerra con i paesi vicini e la difficile situazione politica, specialmente per noi Curdi a causa dell’oppressione subita sotto il regime iracheno, la vita è diventata insopportabile. Ovviamente abbiamo vissuto dei bei momenti ma la paura era sempre presente e determinava le nostre vite.

SA: Quando hai capito che il teatro sarebbe diventato la tua vita e il tuo lavoro?

NH: Avevo già diciotto anni quando ho capito che il teatro sarebbe diventato la mia vita e il mio futuro. Prima nutrivo una fortissima passione verso l’arte, la musica e il canto. Il teatro mi sembrava troppo grande e inaccessibile per me. Ma quando ho incontrato Shamal Amin che mi ha spinto a studiare con lui all’Accademia teatrale, lui mi sembrava così cosciente e mi sono imbarcata in questo progetto per trovare e soddisfare me stessa e raggiungere la libertà. Adesso sono trent’anni che lavoro nel teatro e spero di continuare per altri trenta!

SA: Le vostre performance ruotano intorno a uno speciale utilizzo della voce. Il canto è la caratteristica più importante nel vostro lavoro. Shamal dice: “Non utilizziamo la voce per raccontare favole, ma per scoprire ed esperire un mondo non lontano dal NOI, qui e ora”. Puoi parlarci di questo tipo di esperienza?

NH: Dopo diversi anni di ricerca e sperimentazione teatrale in cerca della nostra strada, abbiamo creduto che la performance rituale e vocale fosse quella giusta. La voce ha un grande potere e un effetto immediato sulla gente, a prescindere dal paese e dal background culturale di appartenenza. La voce è un mezzo arcaico di comunicazione tra le persone: senza comprendere la lingua, le persone possono comunicare vocalmente e fisicamente. Nella società contemporanea, in cui facilmente si incontrano diverse culture e lingue, l’arte e specialmente il teatro dovrebbero rinfrescare, espandere e rinnovare i loro mezzi espressivi. Forse nel teatro contemporaneo il linguaggio non è così importante come prima ai fini della comprensione e della comunicazione, eppure è molto presente nella maggior parte delle performance. Per me e per Lalish Theaterlabor la lingua è una barriera per il dialogo tra persone di diverse nazionalità. Dunque ritorniamo verso l’origine in maniera molto cosciente, la voce, immersa in un’atmosfera ritualistica, è la mia sorgente. Nei nostri lavori l’azione, il tema e la drammaturgia sono le voci e i canti stessi. Abbiamo ampliato il nostro lavoro attraverso il processo Songs a a source. I canti diventano la sorgente del ritmo, della presenza scenica e dell’azione stessa. Shamal Amin chiama questo processo “rendere visibile il canto”. Decisivo per l’importanza della voce e del canto rituale, in questo processo, è che sentendo e ascoltando le voci, i toni e i suoni è possibile percepire la multidimensionalità dello spazio, cosicché tra i presenti prende forma il senso e la coscienza dello spazio.

SA: Molti vostri canti vengono dal Kurdistan e la lingua che usate è il curdo antico ma non parlate mai del loro significato. Ciò che importa di quelle parole è il loro suono, non il loro significato. Ma perché avete deciso di usare proprio quelle e non altri tipi di parole o suoni?

NH: Come ho detto prima, il significato delle parole non è importante per me, ciò che importa è l’effetto dei suoni e dei toni della voce. Dico sempre: non è importante quel che dico ma come lo dico! È per questo che non riveliamo mai il significato dei canti alle altre persone. Lavoro con i canti in curdo antico perché sono molto elastici, flessibili e abbracciano un ampio spettro di tecniche vocali, specialmente per il vibrato, tra cui la tecnica fondata sulla laringe. Non sono canti difficili e davvero non hanno limiti di esecuzione.

SA: Usate spesso antiche tecniche vocali provenienti dalla Mesopotamia, dall’Anatolia, dal Marocco e dalla Giordania. Come fate a trovare tutti questi testi e queste antiche tecniche vocali?

NH: Il nostro è un lavoro di ricerca. Cerchiamo ed esploriamo diverse tecniche vocali e canti provenienti da diverse culture. La tecnica vocale fondata sulla laringe è una tecnica molto seria e complicata ma è così interessante ed efficace! È un mondo magico, più ricerchi e più scopri. E questa è arte! Inoltre, la tecnica fondata sulla laringe si ritrova in moltissimi canti popolari antichi in moltissime culture e in diversi paesi del mondo.

SA: Oltre alle performance, vi dedicate a moltissimi laboratori in giro per il mondo. Come sono i vostri allievi? In genere, quali sono le ragioni per le quali si avvicinano a questo tipo di ricerca?

NH: Sono molti i paesi interessati al nostro teatro e al nostro lavoro su voce e corpo, così ogni anno riceviamo inviti da diversi festival internazionali. Per quanto mi riguarda, io desidero trasmettere la mia esperienza ad altre persone ma, attraverso i laboratori, voglio anche permettere uno scambio, è un processo fondato sul dare ma anche sul ricevere. Fino ad ora abbiamo avuto allievi provenienti da Kurdistan, Iraq, Egitto, Giordania, Tunisia, Marocco, Iran, Turchia, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda, Irlanda, Portogallo, Galles, Grecia, Italia, Sud Tirolo, Serbia, Lettonia, Ucraina, Kosovo, Bosnia Erzegovina, Slovacchia, Slovenia, Macedonia, Giappone, Singapore, India, Messico, Russia, USA, Nuova Zelanda, Perù e Cile. Per noi è un’esperienza molto interessante non solo dal punto di vista artistico ma anche da quello umano!

SA: No Shadow è una performance/work in progress dal 2006. È molto più di uno spettacolo, è un rituale in cui ognuno può vedere significati diversi. Durante la performance la scena è quasi vuota tranne che per della farina e delle zollette di zucchero. Perché scegliete questi oggetti e non altri? C’è una qualche forma di simbolismo?

NH: No Shadow è stata rappresentata dal 2006 al 2012 in varie versioni come performance e come dimostrazione metodologica alla fine di laboratori e scambi internazionali in Austria e in diversi festival internazionali di teatro. Con questo progetto e con Songs as a source ci dedichiamo alla ricerca archeologica sulla voce umana, sulle sue origini individuali e culturali e sull’impatto diretto durante le performance. Shamal ed io cerchiamo di scoprire un linguaggio artistico originale, al di fuori del simbolismo linguistico convenzionale. Questo nuovo linguaggio, non linguistico, consiste in sillabe, suoni, toni e altre espressioni vocali provenienti da altre culture. Tutto questo conduce a un nuovo modo di comunicazione. Shamal Amin chiama questa nuova fase del lavoro del Lalish Theaterlabor il Risveglio della Solennità Astratta. Dice: “Creiamo uno spazio fluido, in cui voci e canti si trasformano in piacere. La voce assomiglia a un’azione che ci permette sempre di scoprire qualcosa di nuovo”. Questo nuovo linguaggio si distingue in maniera profonda dai linguaggi artistici del teatro contemporaneo che, prima di tutto, constano di una rappresentazione, con degli oggetti, dei soggetti e delle storie. Noi cerchiamo invece di creare uno spazio vuoto che, successivamente, si riempie con la voce e il movimento. Uno spazio in cui tutto ciò che sta intorno diventa un “dovunque e nessun luogo”, uno spazio-rituale, e il tempo diventa un “sempre e mai”, in un tempo-rituale. I canti e le voci non sono utilizzati per approfondire un plot drammatico, per connettere due diverse scene o per cercare di incarnare il tema di un canto. Né sono canti realizzati per delle occasioni speciali o da inserire in una data situazione. Songs as a source supera questi limiti e decostruisce queste tecniche: i canti creano le nostre azioni, ma le nostre azioni non interpretano i nostri canti in maniera lessicale. Quindi ogni canto, ogni azione vocale, pretende una propria linea di movimento per il corpo. Il corpo si rapporta direttamente alla “Vita dei Suoni” e il suo agire diventa organico piuttosto che meramente tecnico. In questo modo, il corpo non diventa parte della voce o viceversa, piuttosto corpo e voce formano un’unità, quell’unità è la fonte originale dell’espressione. Per quanto riguarda la tua domanda, se utilizziamo un materiale e non un altro dipende dal nostro bisogno personale. È qualcosa strettamente connesso alla nostra memoria ma che, ovviamente, è integrato da un processo estetico e artistico. Quei materiali hanno un significato e un effetto che possono essere molti diversi per me e per gli spettatori. Ognuno è libero di interpretare i materiali utilizzati così come i canti e i movimenti. Spesso usiamo materiali che si possono mangiare e bere, come lo zucchero, la farina, le mele e l’acqua. Il canto e le azioni vocali decidono quali sono i materiali da utilizzare, essi arrivano durante l’intenso lavoro quotidiano.

SA: Avete viaggiato moltissimo portando il vostro lavoro dovunque. C’è un paese che ancora non conoscete e che vorreste visitare?

NH: C’è sempre, da qualche parte, un posto in cui voler andare! Mi piace l’idea che la nostra prossima meta sia sempre una sorpresa!

SA: Hai notato qualche tipo di differenza tra le reazioni del pubblico alle vostre performance nei diversi paesi e nelle diverse culture che avete incontrato?

NH: Certo, e questo rende il nostro lavoro sempre più interessante ed eccitante. Le reazioni sono molto diverse perché cambiano le interpretazioni del nostro lavoro, secondo la cultura di appartenenza. Nelle nostre performance gli spettatori sono liberi e sentono questa apertura, si sentono sollevati dal fatto che noi non li sommergiamo di storie e significati: vogliamo sentirli con noi, non vogliamo solo che pensino. Ci rivolgiamo ai loro sensi, non alle loro menti. Creiamo spazio libero alla fantasia di ciascuno.

SA: Ci parli del vostro ultimo work in progress, The garden of dreams?

NH: The garden of dreams è un progetto nato nel 2012 ed è un nuovo progetto di ricerca sperimentale diretto da Shamal. La ricerca e la fase di sviluppo di questo progetto sono state e saranno portate avanti durante varie performance in Austria (già da settembre 2012), in Italia (luglio-agosto 2013), in Marocco e in Giordania. Tutte le versioni che ne risulteranno verranno presentate in diversi festival e conferenze internazionali. In Italia coopereremo con Il casale delle arti, vicino Napoli, un luogo che abbiamo conosciuto la scorsa estate durante un laboratorio e dove torneremo ancora a luglio-agosto per presentare la performance No shadow e per lavorare alla prima e alla seconda versione de The garden of dreams con Giorgia Guarino, direttrice artistica de Il casale delle arti. I canti e i materiali vocali delle diverse versioni della performance The garden of dreams sono basati su antichi canti rituali e tecniche vocali della Mesopotamia settentrionale, l’Anatolia orientale e meridionale (canti Zazaki del Kurdistan settentrionale), i canti laringei dello Zoroastrismo (Siatschamane e Hore) dalle montagne di Hawraman in Kurdistan orientale e meridionale, ma utilizzeremo anche tecniche laringee che ho sviluppato io stessa e dei canti inventati da me e Shamal. Ma anche antichi canti italiani, canti Mawwal dalla Giordania, canti Amazigh (berberi) dal Marocco. I materiali utilizzati sono frammenti dei testi originali tratti da libri sumeri, dai libri Yasna dello Zoroastrismo e dal Libro Nero Yezidis in curdo antico, brevi testi poetici di Friedrich Nietzsche, Franz Kafka, Tahir Ben Jalun e Samuel Beckett in tedesco, arabo e inglese. Ma anche testi poetici in italiano antico e contemporaneo. Così come negli altri nostri progetti, anche in questo i testi non sono usati come mezzo di comunicazione ma come strumento musicale e ritmico e il termine “celebrante”, piuttosto che quello di “attore”, qui non rappresenterà un personaggio definito o un preciso ruolo drammatico.

SA: Quando ci siamo conosciuti, sono rimasta davvero colpita dalla vostra positività, una condizione indispensabile per coinvolgere gli allievi e il pubblico e per invitarli ad ascoltare la propria voce e il proprio corpo. Qual è il segreto del vostro entusiasmo?

NH: La vita, le persone diverse e le diverse culture che abbiamo incontrato, la passione per l’arte e il teatro: sono tutti elementi che conducono alla realizzazione e alla liberazione del sé.

SA: Hai ancora qualche sogno da realizzare?

NH: I sogni sono meravigliosi o terribili perché possono anche non realizzarsi mai! Eppure non smettiamo mai di sognare! Io continuerò a sognare e non smetterò mai di far sì che i miei sogni si avverino!

pen: Marta Ragusa
13.07.2013 in SuccoAcido Magazine
www.succoacido.net/showarticle.asp